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Verso la Costituente per un sindacato autonomo, unitario, fortemente rinnovato e organizzato

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La crisi minaccia il futuro dell’informazione. L’unità e l’autonomia sono le pre-condizioni per contrastarne gli effetti. Intervento di Fabio Azzolini, portavoce del Coordinamente della Associazioni per un sindacato di servizio.

Il contratto Fnsi-Fieg ha conservato gli strumenti di democrazia e agibilità sindacale all’interno delle aziende (articolo 34), ha ricondotto la questione della multimedialità dentro un sistema di regole e procedure che  giornalisti, direttori e imprese dovranno definire con intese aziendali e piani editoriali. L’iniziativa sindacale ha temperato gli strumenti legislativi a disposizione degli editori per intervenire sul mercato del lavoro (contratti a termine e distacco). La struttura del salario è meno rigida rispetto al passato: una difesa degli scatti di anzianità al costo di non aprire il negoziato sul contratto ci avrebbe isolato, un rischio a fronte della tentazione dei poteri forti di  delegittimare il sindacatoperpoi potere disporre a proprio piacimento dell’autonomia della professione. La stagione contrattuale, infine, ha stretto intese e prodotto un quadro normativo che ha tutelato l’autonomia del  sistema di welfare e dell’Inpgi  – oggetto solo alcuni mesi prima di un’aggressione da parte della Fieg (pariteticità del Cda) - attraverso il fondo statale per gli stati di crisi e l’adeguamento del trattamento contributivo Inpgi 2 a quello dell’Inps.Siamo in piedi. E questo dà fastidio ad alcuni potenti che ritengono un’anomalia il fatto che ci sia in Italia una categoria che ha deciso di essere rappresentata da un unico soggetto, la Fnsi. Un sindacato a vocazione unitaria e autonoma. Patrimonio che finora siamo riusciti a rendere indisponibile per qualsiasi potere forte: sia esso politico o economico. Rafforzare l’unità come condizione per avere la forza necessaria a mettere al riparo l’autonomia del sindacato da qualsiasi tensione o pulsione presente e futura è compito cui il Coordinamento delle associazioni regionali di stampa per un sindacato di servizio richiama sé stesso e le altre componenti della maggioranza con le quali condivide il peso di governare il sindacato. La crisi e il mercatoIl settore dell’editoria, in particolare il segmento della carta stampata, fa i conti con una crisi che ha provocato un vero e proprio smottamento. Dall’analisi aggregata dei bilanci delle imprese editrici emerge la gravità di quella che non sembra solo una congiuntura sfavorevole. Nel 2007 i ricavi hanno subito una flessione dell’1,7% che si è aggravata l’anno successivo (-4,3%). Il 2009 con l’accentuarsi delle ricadute della crisi finanziaria sulle attività economiche e industriali ha provocato una caduta degli investimenti pubblicitari (-17/18% la media del primo semestre dell’anno).Una flessione ancor più severa per il segmento della pubblicità commerciale nazionale destinata alla carta stampata (-24%). Nel 2000 i ricavi pubblicitari rappresentavano il 58% del fatturato editoriale dei quotidiani, oggi l’incidenza è ridotta al 45%. Le semestrali dei grandi gruppi editoriali denunciano cali medi dei ricavi pubblicitari del 25% mentre sul fronte delle vendite il calo medio è del 15%. Gli ultimi dati disponibili - Luglio 2008 su luglio 2009 pubblicati da Ads – evidenziano un persistente calo delle vendite. “Il 2009 - ha dichiarato in un’intervista a Prima Comunicazione il presidente degli Utenti pubblicitari associati, Lorenzo Sassoli de Bianchi - è l’anno zero. Scordiamoci di tornare ai livelli del 2008. Ci vorranno dieci anno per risalire la china”.Non vale la pena di attardarsi sulla verificabilità della profezia, basti riflettere che il sistema agisce e reagisce come se questa fosse vera. E’ in corso un veloce riposizionamento di tutte le aziende.  Il caso più evidente è quello della Rai che esce dalla piattaforma Sky per dare vita ad una partnership con Mediaset. Una manovra che è passata sottotraccia ma peserà come un macigno o un vincolo sui futuri assetti del sistema radiotelevisivo e su quel piano regolatore dell’editoria che si sta precostituendo senza alcun reale confronto e controllo parlamentare e tantomeno con il concorso delle parti sociali. Ma in  chiave di un ri-posizionamento può essere letta anche la scelta degli editori della carta stampata di aprire un contenzioso con Google per non cedere più a titolo gratuito notizie su internet. Del pari, l’orientamento a chiedere ai lettori di pagare i costi della produzione delle notizie poi pubblicate su supporti non solo cartacei. Un ripensamento forse tardivo ma interessante. L’idea che le notizie siano gratuite si è accompagnata infatti all’illusione degli editori  di potere disporre di giornalisti low-cost, magari con contratto metalmeccanico. Più recentemente, i canali vicini al Pd (da Red a you dem) hanno teorizzato che tutti i militanti possano essere fornitori non di analisi e contributi critici e di opinione, ma di notizie. Una riflessione critica è stata invece avviata dai cybernauti della prima ora che hanno investito sul citizen journalism sulle piattaforme interattive 2.0. I nuovi modelli di business prendono atto del fatto che secondo tutti gli istituti di ricerca la stragrande maggioranza di coloro che attingono informazioni dal web ritengono affidabili e attendibili solo le notizie riportate dai siti riconducibili ai giornali o a testate giornalistiche che utilizzano giornalisti. E’ un riconoscimento postumo di quanto sosteniamo da anni: l’informazione è un diritto ma integra un valore: quello del lavoro dei giornalisti.La sfida del cambiamento.La crisi della finanza trasferitasi all’economia reale induce quindi  cambiamenti. Ne avremmo fatto magari a meno, ma poiché ci costringe ad una riflessione severa su noi stessi, sul nostro modo di vivere, produrre e consumare può indurre paura e smarrimento ma anche spingerci a riflettere sull’opportunità di immaginare un mondo meno squilibrato nella suddivisione del lavoro, della ricchezza e nello sfruttamento delle risorse naturali. Quanto a lungo sia sostenibile una globalizzazione senza democrazia economica: ovvero se sia  sostenibile che un operaio tessile del Bangladesh percepisca uno stipendio di 50 euro al mese per produrre quei capi di abbigliamento che il suo collega oggi disoccupato del Basso Piemonte trova sulle bancarelle del mercato rionale: gli unici capi che il disoccupato possa permettersi, gli unici che sfamino la famiglia del tessile asiatico. La globalizzazione ha generato una questione salariale che ormai si misura su scala planetaria.L’industria dell’editoria: la crisi minaccia i livelli occupazionali dei giornalisti e il futuro dell’informazione. Queste domande interpellano la società civile, ma la crisi dell’editoria se risente di  quella più generale ha tuttavia origini e caratteristiche peculiari che derivano anche da errori del recente passato. Mi soffermo su quello che ritengo più grave. Nel momento in cui le entrate pubblicitarie dei giornali hanno eguagliato quelle delle vendite gli editori hanno deciso di dare una caccia serrata agli inserzionisti piuttosto che ai lettori. Ciò ha prodotto un paradosso: i giornali sono diventati più pesanti, ma i giornalisti sono diventati se non marginali, meno centrali rispetto al processo di ricerca-selezione-verifica delle notizie e sempre più impegnati nella gestione del processo produttivo, nella “cucina” dei giornali. Il lavoro giornalistico ha infine ceduto spazio alle ragioni della pubblicità e del marketing.  Questo processo è avvenuto lentamente, ma oggi ne vediamo gli effetti: ci sono costi di copertura di alcune notizie che giornali e tv non ritengono sostenibili o comunque marginali perché non utili al fine di indurre il consumatore-cittadino a farsi consigliare gli acquisti. Così si oscurano 250 mila operai metalmeccanici e le tute blu salgono sui tetti per fare notizia. Ma anche questioni che in altri tempi sarebbero state cruciali: leggi alla voce navi dei veleni spariscono nel mare oceano del piombo che riproduce una comunicazione da talk show più che da inchiesta giornalistica. Ciò che voglio affermare è che la crisi minaccia al tempo stesso le redazioni e il futuro dell’informazione. Se i bilanci dei giornali e le redazioni continueranno ad essere in sofferenza il Paese, i cittadini dovranno temere di non potere più disporre di notizie rilevanti e affidabili dal mondo che ci circonda, un mondo che non ci consentirà ancora a lungo di ignorare le cause per le quali gli invisibili sbarcano sulle nostre coste e spariscono nei vicoli dei nostri centri storici. Le questioni che sono al centro delle agende internazionali delle potenze mondiali  spariscono dai media italiani il cui respiro è breve e la cui visione è limitata. Questioni cruciali che sono nelle disponibilità dei cittadini dei grandi Stati liberali e democratici dell’Occidente ma solo marginalmente entrano nei menabò e nei palinsesti informativi dei media italiani.  Dalla crisi si esce tornando a porsi il problema di come vincere la sfida dell’edicola, recuperando un rapporto fiduciario con i lettori, sfidando gli editori a farci fare il nostro lavoro: vendere i giornali non saponette avvolte in una testata. Lo possiamo fare con il concorso dell’opinione pubblica perché la crisi e l’inerzia  minacciano di comprimere il diritto dei cittadini ad essere informati.Il sindacato, la politica, il diritto all’informazione.Un’industria dell’informazione più  debole crea un terreno favorevole per chi punta ad accorciare ulteriormente la catena alla quale in Italia è legato il cane da guardia della democrazia. E’ naturale che i leader politici siano insofferenti verso gli strumenti di controllo. In genere l’insofferenza dovrebbe essere temperata dalla premura di non stressare il sistema al limite della rottura del patto sociale e dei vincoli comuni dettati dalla carta costituzionale. Temo che questo limite stia per essere saggiato. Per la parte che ci compete, non ci faremo intimidire. Continueremo a stare in campo per respingere ogni tentativo di restringere il diritto all’informazione di cui tutti i cittadini – di destra o di sinistra – devono godere per potere esprimere un consenso informato su ciò che è utile al Paese.  Noi abbiamo scorto più di una minaccia all’esercizio del dovere di informare e al diritto ad essere informati. E come già in passato scioperammo contro il disegno legge Mastella così oggi contestiamo e siamo pronti a scioperare per modificare il Disegno legge Alfano che  limita l’esercizio del diritto di cronaca sulle inchieste giudiziarie, pone in capo ai giornalisti sanzioni sproporzionate, espone alle stesse sanzioni gli editori che potrebbero quindi esigere di esercitare un controllo preventivo sulle notizie suscettibili di esporli alle multe in ciò limitando l’autonomia e la dialettica interna alle redazioni. Del pari, il ricorso alle cause civili per diffamazione non sono più solo lo strumento attraverso il quale il cittadino difende la propria onorabilità, ma il mezzo più comodo attraverso il quale i potenti cercano di mettere sotto schiaffo i cronisti che azzardano sortite nel vecchio campo delle inchieste, sempre più disseminato di mine anti-giornalisti. Diritto all’informazione: una grande questione democratica.La gravità della situazione ha tuttavia permesso che per la prima volta in questo Paese una grande questione democratica come il diritto all’informazione uscisse dall’ambito dei seminari per divenire uno dei temi del nuovo patto tra cittadini e Stato, società civile e rappresentanze politiche. Il sindacato dei giornalisti ha saggiamente interpretato la tutela di un interesse generale della categoria, ha intercettato una domanda del Paese collegandola alle proprie istanze, ha così assolto ai richiami del presidente Ciampi (schiena dritta) e del presidente Napolitano (esortazione a difendere la prima parte della Costituzione durante la prima cerimonia del Ventaglio).Diritto all’informazione: una questione sindacale Riportare al centro delle nostre riflessioni le notizie, diritto e qualità dell’informazione non è un esercizio di retorica politica ma indica una via per uscire dalla crisi alternativa rispetto a quella che in questi anni ha informato lo stile manageriale che ha imperato nei giornali producendo i disastri che sono sotto gli occhi di tutti. Ridare voce alle redazioni significa ridare valore al nostro lavoro: più notizie, più inchieste meno marketing e marchette. Più direttori e inviati, meno giornalisti-manager per invertire una tendenza che ci vede soccombere in edicola. Ciò è evidentemente un rozzo schematismo ma talora anche un rozzo schematismo può essere utile a testimoniare l’urgenza di promuovere idee e piattaforme che uniscano dal basso piuttosto che assecondare paura e pessimismo o invitare a prendere posto sugli spalti per assistere ai match tra i “campioni” della professione  o i grandi gruppi editoriali. E’ questo ultimo un teatrino che tende a riprodurre i vizi di un bipolarismo che ha reso la politica poco seducente e rischia di minare ciò che resta della credibilità della professione. Non ci costringeranno all’errore di affiliarci al partito di Repubblica piuttosto che a  quello del Corsera. Ma per evitare che la trappola scatti – e può funzionare perché una polarizzazione può risultare funzionale ai due grandi gruppi editoriali – è necessario che si affermi una terza via: la centralità delle redazioni, il coraggio della professione. L’industria dell’editoria ha bisogno di nuove leggi di sistema. Ma se questa urgenza non diventa senso comune non ci sarà verso di farla entrare nell’agenda politica del Paese. Dobbiamo sforzarci di rendere chiaro che regolare materie come quella dei conflitti di interesse – insisto sulla declinazione al plurale – o la promozione di serie regole antitrust con particolare riferimento alla raccolta pubblicitaria sono vitali per tutelare il pluralismo. Oggi la carta stampata italiana intercetta il 34% degli investimenti pubblicitari contro il 47% della media europea. Rai e Mediaste rastrellano il 54% degli investimenti (contro il 31% della media europea).L’unità  sindacale: la fase costituente.Siamo in piedi e abbiamo un bel po’ di cose da fare. Ma non siamo i soli a lavorare. Nei prossimi mesi assisteremo ad un attacco furibondo contro il nostro sindacato. I tuoni si cominciano a sentire: ministri, sottosegretari e qualche collega benpensante di sinistra e di destra si sentono autorizzati a fare il check up alla Fnsi per accertarne il tasso di autonomia. Medice cura te ipsum, verrebbe voglia di dire e chiuderla lì. Ma non dobbiamo sottovalutare la forza dell’avversario e dobbiamo evitare che il nostro agire apra dei varchi agli attacchi. In queste settimane  abbiamo assistito al tentativo di disarticolare la maggioranza che governa il sindacato. Una scheda del solerte Vespa asseriva come Giovanni Negri, leader dell’Assostampa Lombarda,  fosse l’unico dirigente  “moderato” di una Fnsi pericolosamente sbilanciata a sinistra. Un giochetto un po’ datato: non è così, lo sappiamo bene. Ma bene hanno fatto Giovanni Negri e Daniela Stigliano a replicare con una nota il cui contenuto spazza via qualsiasi possibile equivoco sulla solidità di un patto che non ci rende tutti eguali o infallibili, ma sicuramente ci impegna tutti a difendere l’autonomia del sindacato e della professione, una difesa che tutti conveniamo sarà tanto più efficace quanto più coeso e unito sarà il gruppo dirigente. Non ci sono alternative al processo unitario esso va perseguito senza doppiezze soprattutto quando i dirigenti si rapportano con la base, tanto nelle associazioni quanto nelle redazioni. Ciò non esclude la possibilità che si sviluppi una dialettica e una cooperazione competitiva sul modo più appropriato per risolvere i problemi, governare e temperare gli effetti della crisi. E’ accaduto sulla Casagit. Ci sono state polemiche e scontri. Ne siamo usciti per quanto una discussione meno concitata e più laica al momento di stringere sulla composizione degli organi dirigenti della Cassa avrebbe probabilmente giovato a dare trasparenza ed evidenza ad un processo riformatore del quale tutti  - a parole - hanno sostenuto la necessità e l’urgenza.Gli attacchi all’autonomia e al lavoro giornalistico rilevano l’urgenza di riformare e rafforzare l’Ordine dei giornalisti. L’Ordine non è la ruota di scorta del sindacato, tantomeno può diventare una sponda per frazionare la categoria, indebolirla e consegnarla legata mani e piedi a chi dal versante della politica attenta alla sua autonomia. Non sentiamo odore di zolfo, ma denunciamo l’inerzia nella gestione di un processo riformatore che riportiamo quindi all’attenzione di tutti colleghi: accesso,  formazione, qualità dell’informazione, deontologia, riduzione degli organismi pletorici, snellimento dell’albo dei pubblicisti. Sono gli elementi programmatici sui quali è necessario creare condivisione per poi costruire iniziative che snidino gli interlocutori politici e istituzionali. Credo che un tale programma non sia magari il più competitivo sotto un profilo puramente elettorale, ma sono altrettanto convinto che non sia più sufficiente essere vincenti ma non avere poi il consenso necessario ad innovare – destino occorso alla prima legislatura del ticket Roidi-Del Boca – o essere vincenti fino alla vigilia dell’assemblea del consiglio nazionale per poi cedere il passo ad una maggioranza nata nei corridoi dei palazzi romani. La real politik suggerisce di disarticolare il campo avverso. Si può, ma l’aspetto programmatico deve avere prevalenza su quello tattico. I nostri competitori tanto premurosi nel curare i collegi elettorali ed abili ad incendiare le polemiche non hanno il passo tenace e paziente che serve a ordire quelle trame riformiste che sono le uniche delle quali invece l’Ordine ha bisogno e che i giornalisti sollecitano. Se riusciremo a portare la competizione sul terreno delle riforme necessarie avremo solidi argomenti per sostenere i nostri candidati.Si può immaginare di potere fare tutto questo lavoro dovendo  guardarsi dal fuoco amico degli alleati-competitori? A noi del coordinamento è accaduto in questi mesi di dovere talora guardarci le spalle. Se ne è valsa la pena, chi ha speso tempo ed energie per cercare di limitare quella che temeva fosse una nostra mira egemone continui pure. Un siffatto esercizio non ha spostato equilibri commisurabili alla fatica impiegata, al tempo perduto ai rapporti personali incrinati. Per parte nostra confermiamo la disponibilità a riprendere il ragionamento sull’opportunità di una cura Ri-costituente, un processo che potrebbe giovare in questa fase a tutte le singole componenti della maggioranza e al sindacato nel suo complesso. Una cura Ri-costituente che riteniamo essenziale per rafforzare e promuovere le ragioni del sindacato unico e unitario dei giornalisti. Ragioni che devono essere costantemente messe alla prova nelle redazioni, temprate dal basso per depurare antiche incrostazioni di appartenenza delle quali possiamo fare a meno per esaltare invece valori, storia, lasciti politico-culturali delle quali ciascuno dovrà fare tesoro per arricchire il patrimonio di autonomia che è un bene di tutti. La tensione unitaria non diluisce ma al contrario  esalta la soggettività creando le condizioni migliori alla circolazione di idee e proposte meno condizionate da un’appartenenza che spesso pregiudica l’esame dei contenuti. Una Ri-costituente che non può essere esercizio pedagogico di un gruppo di persone “illuminate”, ma processo capace di rendersi espressione organizzata di un sindacato che vuole essere al servizio e in ascolto di chi ogni mattina digita la propria password e accede al sistema editoriale o batte i marciapiedi per procurarsi una notizia che cederà sotto forma di articolo pagato  3-5 euro.nsiuFabio AzzoliniGiunta FnsiPortavoce del Coordinamento delle associazioni per un sindacato di ServizioAgnone, ottobre 09  
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Notizie flash

Si comunica che gli Uffici del Sindacato, Casagit e Inpgi, apriranno solo nei pomeriggi di lunedì e giovedì dalle 14 alle 17,30, mantenendo invariati gli orari degli altri giorni, dalle 9 alle 13, con chiusura al sabato.

 

 

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